Il Milan invincibile di Fabio Capello

Si può dire che il grande ciclo del Milan di Arrigo Sacchi si chiuse quella notte di Marsiglia, il 20 Marzo 1991, quando Adriano Galliani ordinò alla squadra di lasciare il campo (i rossoneri stavano perdendo 1-0) perché non riteneva si potesse giocare a causa della visibilità ridotta per lo spegnimento di uno dei riflettori. Il funzionamento del faro fu in seguito ripristinato, ma la squadra non rientro più in campo, ottenendo la sconfitta a tavolino e la squalifica per un intera stagione dalle competizioni europee.

Il Milan di Sacchi aveva vinto tutto in Europa e nel Mondo, ma in Italia si era fermato allo scudetto 87-88, lasciando i successivi campionati all’Inter di Trapattoni, al Napoli di Maradona e, nel 1990-91, alla Sampdoria di BoskovVialli e Mancini. Il tecnico di Fusignano a fine stagione lasciò la panchina che gli aveva dato la fama per andare a sostituire Azeglio Vicini come CT della Nazionale. La dirigenza milanista si trovò quindi nel difficile compito di trovare l’erede di Sacchi, in grado di pilotare una fuoriserie che poteva ancora vantare un manipolo di grandissimi campioni.

Fabio Capello, di professione centrocampista, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo nel 1980 aveva passato il decennio svolgendo attività piuttosto variegate: allenatore delle giovanili del Milan, venne chiamato in prima squadra a sostituire Nils Liedholm nella stagione 86-87 a sei giornate dalla fine, riuscendo a centrare la qualificazione in coppa UEFA. Fu poi “dirottato” dietro una scrivania nel ruolo di dirigente della neonata Polisportiva Mediolanum, un progetto Fininvest che prevedeva di riunire sotto un’unica egida tutte le squadre milanesi.

La decisione di affidare a Capello quella corazzata fece storcere il naso a molti. Il goriziano era indubbiamente inesperto come allenatore, e a 45 anni sembrava aver già preso un altro tipo di strada professionale. Nondimeno, aveva un carattere duro e “dritto alla meta”, e da dirigente aveva imparato a gestire risorse umane e situazioni difficili. La rosa del Milan che gli fu affidato era sostanzialmente immutata, a parte il rientro della giovane promessa Demetrio Albertini dal prestito in serie B con il Padova, dove aveva ben impressionato con 28 presenze e 5 reti.

Il Milan, non avendo le coppe, poté concentrarsi esclusivamente sul campionato, partendo a razzo e non mollando mai, finendo la stagione con 22 vittorie e 12 pareggi, prima squadra della storia a vincere uno scudetto da imbattuta. Quella fu  l’ultima grande stagione di Marco Van Basten, che finì l’anno con 25 reti ed il titolo di capocannoniere: dalla stagione successiva i problemi alle caviglie lo avrebbero tolto precocemente dai campi da gioco.

L’anno successivo, visto il ritorno nella neonata Champions League, la campagna acquisti fu più corposa: vennero tesserati Dejan Savicevic dalla Stella Rossa, Jean-Pierre Papin dal Marsiglia e Gianluigi Lentini, astro nascente del Torino, che vedrà la propria carriera prendere una parabola discendente dopo un grave incidente d’auto. Il precoce abbandono di Van Basten non influenzò l’andamento del campionato, che i rossoneri condussero in testa dall’inizio alla fine, trovando la prima sconfitta dopo 58 gare (tuttora record) soltanto a Marzo 1993 contro il Parma di Faustino Asprilla. Le cose andarono meno bene in Europa, dove la nemesi storica, l’Olympique Marsiglia di Bernard Tapie, tolse la coppa dalle mani di Capello, sconfiggendolo in finale per 1-0.

Il ver0 capolavoro avvenne però nella stagione 1993-94. Pur perdendo giocatori come Ruud Gullit (Sampdoria) e Frank Rijkaard (Ajax), di fatto smantellando il tris di olandesi di sacchiana memoria, solidificando una difesa già stellare con l’acquisto del giovane Christian Panucci dal Genoa, e nella sessione autunnale di Marcel Desailly dal Marsiglia (difensore inventato mediano dal tecnico di Pieris) Capello “chiuse a chiave” la porta difesa da Sebastiano Rossi (portiere buono, ma “normale”), che mise il record di imbattibilità con 929 minuti (dalla 16° alla 26° giornata), arrivando comunque ad incassare solo quindici reti in trentaquattro gare di campionato.

Con quella difesa, ancora capitanata dal leggendario Franco Baresi, con campioni del livello di Maldini, Costacurta e Tassotti, l’attacco si fondò sulla miglior stagione in carriera di Daniele Massaro, e su Savicevic e Simone. Oltretutto, questo Milan arrivò anche in finale di Champions League, sconfiggendo in maniera clamorosa (4-0) il celebrato Barcellona di Stoichkov e Romario, “dream team” allenato dalla leggenda Johann Cruijff.

Capello, accusato di difensivismo, diede una lezione ai catalani riportando i rossoneri sulla vetta d’Europa con una vittoria degna di quelle di Sacchi.

Per chi vuole approfondire:

Stefano Boldrini, Una Vita da Capello

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