Il suicidio di Kurt Cobain

Ogni decennio ha avuto i suoi martiri musicali: gli anni Sessanta hanno avuto Jimi Hendrix e Janis Joplin, i Settanta Jim Morrison ed Elvis Presley, gli Ottanta Ian Curtis e John Lennon.

Ma nessuno di questi (tranne forse Morrison o Hendrix) è stato un simbolo generazionale della decade che l’ha reso famoso, lasciandola poi orfana della sua arte, come ha fatto Kurt Cobain negli Anni Novanta.

In questo post ricordiamo le tristi vicende che lo portarono dapprima al successo mondiale, per poi uccidersi proprio sulla cresta dell’onda.

Cosa è stato Kurt Cobain (e i Nirvana) per gli Anni Novanta

I Nirvana sono stati la band-simbolo (assieme a Pearl Jam e Soundgarden) del cosiddetto grunge rock, un movimento musicale strettamente legato alla città di Seattle. Tutte le band grunge provenivano da lì, ed era proprio la logistica la caratteristica che li legava più tra loro. Stilisticamente, la storia era molto più complicata: se i Nirvana declinavano il trittico chitarra-basso-batteria virando spesso verso il noise e l’acustico, i Pearl Jam erano più tradizionalmente rock, i Soundgarden più heavy, gli Alice in Chains ancor di più.

Ad ogni modo, il grunge abbandonò sicuramente effetti, tastiere e sintetizzatori tipici del rock da stadio degli anni ’80, recuperando quella denuncia sociale tipica dei ’70s e del punk. Il successo dei Nirvana fu abbastanza esplosivo: la band conta tre album in studio, il primo fu Bleach (1989) che passò abbastanza in sordina, fu un cult solo per agli appassionati. Servì però a Kurt e Chris Novoselic per trovare un’etichetta discografica più grande (la Geffen records) e un nuovo batterista (Dave Grohl).

L’album Nevermind (1991) lanciò i Nirvana nel successo più clamoroso. Un album perfetto nelle sue imperfezioni, sostenuto da un single generazionale con un video perfetto per MTV, che lo mise in heavy rotation.

Nevermind raggiunse la vetta della Billboard 200, scalzando Dangerous di Michael Jackson in una sorta di staffetta tra bestseller di decadi.

In Utero (1993) bissò il successo dell’album precedente, ma se il fronte musicale andava benissimo, quello che viveva Kurt (interiormente ed esteriormente) era sempre più preoccupante…

Il disagio di Cobain verso il music business

Nato da una famiglia di umili origini, Kurt Cobain ebbe un’infanzia segnata dal divorzio dei genitori all’età di otto anni. Da bimbo iperattivo e di difficile gestione (la madre gli dava dei tranquillanti…), si trasformò in un adolescente cupo, introverso ed irrequieto, che sfogava le sue sofferenze e frustrazioni nella musica.

Imparò a suonare la chitarra elettrica (un regalo della zia) da autodidatta, e attraversò gli Anni Ottanta fondando le sue prime band, fino ad arrivare alla nascita dei Nirvana (1987).

L’esplosione popolare di Nevermind lo sconvolse: da band “alternativa” divennero di fatto una band “da classifica”, con tutta l’attenzione mediatica del caso. Le cose non migliorarono certo quando Kurt si fidanzò, e poi sposò, un’altra star musicale, Courtney Love, leader della band femminile Hole. Il rapporto con Courtney, donna caratterialmente molto forte e sopra le righe, s’impostò da subito su di un’altalena emotiva di certo non aiutata dall’abuso di stupefacenti.

Le cose non si normalizzarono neanche con la nascita della figlia, Frances Bean. I due erano sempre sul punto di lasciarsi, così come i Nirvana sembravano sempre sul punto di sciogliersi.

Verosimilmente, Kurt si rese conto che non c’era alcuna via di uscita. Che, arrivato a quel punto della carriera, era tutto un pensare a case discografiche, vendite, incassi.

Italia, l’ultima apparizione in TV, il primo tentativo di suicidio

A inizio 1994 la situazione di Kurt era veramente compromessa. Oramai strafatto di eroina, aveva rapporti sempre più controversi e tesi sia in famiglia che con gli altri membri della band. Il 30 Gennaio registrò le sue ultime tracce in studio con i Nirvana, ma poi rifiutò un contratto di otto milioni per esibirsi al celebre festival di Lollapalooza. I giornalisti ovviamente sfruttarono la notizia per rilanciare le solite illazioni sullo scioglimento dei Nirvana.

In realtà, a febbraio cominciò il tour europeo di In Utero, che comprendeva tappe italiane (Modena, Marino, Milano). Il 23 febbraio arrivò addirittura l’ospitata a Tunnel, trasmissione di Serena Dandini su RaiTre. Fu l’ultima apparizione televisiva di Kurt Cobain.

Il tour s’interruppe comunque il 1 Marzo, a Berlino: a Cobain vennero diagnosticati bronchite e laringite, e assieme a moglie e figlia e il cantante tornò a Roma per un periodo di riposo, alloggiando al celebre Hotel Excelsior di via Veneto. La vacanza si trasforma subito in tragedia col mistero: nella notte tra il 3 e il 4 marzo Kurt tenta il suicidio bevendo champagne e ingerendo molte pasticche di Roipnol.

Chiamata subito l’ambulanza, Kurt venne ricoverato in coma al Policlinico Umberto I dove venne salvato dalle cure tempestive dei medici, per poi essere trasportato all’America Hospital. Sembrò subito un tentativo di suicidio: pochi giorni dopo si svegliò miracolosamente dal coma e il peggio sembrò essere passato.

L’ultimo mese: la clinica, la sparizione, la morte

La spirale, ormai, era senza fine. Tornato negli Stati Uniti divenne una specie di eremita che passava sempre più tempo da solo a drogarsi.

Il 18 marzo Courtney telefonò alla polizia temendo il suicidio del marito, che si era chiuso a chiave in una stanza armato di una pistola. Al suo arrivo la polizia confiscò alcune armi da fuoco e una bottiglia di pillole appartenenti a Cobain, di cui tuttavia negò di essere il padrone assicurando di non aver tentato il suicidio, ma di aver voluto fuggire dalla moglie.

Qualche giorno dopo Cobain accettò di sottoporsi a un programma di disintossicazione. Il 30 marzo Cobain arrivò all’Exodus Medical Center di Los Angeles.

Nel pomeriggio del 1º aprile una delle tate di Frances Bean la portò per l’ultima volta presso di lui per un incontro di un’ora. Quella notte Cobain uscì dall’edificio per fumare una sigaretta, scavalcò un muro alto due metri, prese un taxi e si fece portare all’aeroporto, dove prese un aereo per Seattle.

Nei giorni seguenti Cobain fu intravisto da parecchi nel circuito di Seattle, ma molti dei suoi conoscenti ignoravano dove si trovasse. Il 3 aprile Love contattò un investigatore privato di nome Tom Grant e lo incaricò di ritrovare il marito.

Troppo tardi. Il corpo senza vita di Kurt venne ritrovato l’8 Aprile 1994 nel. L’autopsia successivamente confermò che la morte di Cobain fu causata da un «colpo di fucile autoinflitto alla testa». Gli esami tossicologici rilevarono inoltre un’altissima dose di eroina nel suo sangue, circa 1,52 milligrammi per litro al momento del suicidio, con anche presenza di Valium. Il rapporto disse anche che Cobain era morto con tutta probabilità nel pomeriggio di martedì 5 aprile 1994.

Kurt Cobain entrò così a far parte del celebre Club 27, quel gruppo di artisti (che comprende i già citati Joplin, Hendrix, Morrison) morti prematuramente a 27 anni.

La Lettera di Suicidio

Accanto al cadavere del leader dei Nirvana, Smith trovò anche una lettera. Sono parole scritte da Cobain, che si rivolge all’amico immaginario della sua infanzia, “Boddah”, confessandogli la sua disperazione.

Un testo drammatico, che cita il Neil Young di My My, Hey Hey (Out Of The Blue)  – “È meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente” – e spiega i motivi per cui il musicista aveva deciso di non combattere più.

«Vi parlo dal punto di vista di un sempliciotto un po’ vissuto che preferirebbe essere uno snervante bimbo lamentoso. Questa lettera dovrebbe essere abbastanza semplice da capire. Tutti gli avvertimenti della scuola base del punk-rock che mi sono stati dati nel corso degli anni, dai miei esordi, intendo dire, l’etica dell’indipendenza e di abbracciare la vostra comunità si sono rivelati esatti. Io non provo più emozioni nell’ascoltare musica e nemmeno nel crearla e nel leggere e nello scrivere da troppi anni ormai. Questo mi fa sentire terribilmente colpevole. Per esempio, quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento il maniacale urlo della folla cominciare, non ha nessun effetto su di me, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo, ma per me non è così. Il fatto è che io non posso imbrogliarvi, nessuno di voi. Semplicemente non sarebbe giusto nei vostri confronti né nei miei. Il peggior crimine che mi possa venire in mente è quello di fingere e far credere che io mi stia divertendo al 100%. A volte mi sento come se dovessi timbrare il cartellino ogni volta che salgo sul palco. Ho provato tutto quello che è in mio potere per apprezzare questo (e l’apprezzo, Dio mi sia testimone che l’apprezzo, ma non è abbastanza).

Ho apprezzato il fatto che io e gli altri abbiamo colpito e intrattenuto tutta questa gente. Ma devo essere uno di quei narcisisti che apprezzano le cose solo quando non ci sono più. Io sono troppo sensibile. Ho bisogno di essere un po’ stordito per ritrovare l’entusiasmo che avevo da bambino. Durante gli ultimi tre nostri tour sono riuscito ad apprezzare molto di più le persone che conoscevo personalmente e i fan della nostra musica, ma ancora non riesco a superare la frustrazione, il senso di colpa e l’empatia che ho per tutti. C’è del buono in ognuno di noi e penso che io amo troppo la gente, così tanto che mi sento troppo fottutamente triste. Il piccolo triste, sensibile, ingrato, Pesci, Gesù santo! Perché non ti diverti e basta? Non lo so. Ho una moglie divina che trasuda ambizione ed empatia e una figlia che mi ricorda troppo di quando ero come lei, pieno di amore e gioia.

Bacia tutte le persone che incontra perché tutti sono buoni e nessuno può farle del male. E questo mi terrorizza a tal punto che perdo le mie funzioni vitali. Non posso sopportare l’idea che Frances diventi una miserabile, autodistruttiva rocker come me. Mi è andata bene, molto bene durante questi anni, e ne sono grato, ma è dall’età di sette anni che sono avverso al genere umano. Solo perché a tutti sembra così facile tirare avanti ed essere empatici. Penso sia solo perché io amo troppo e mi rammarico troppo per la gente. Grazie a tutti voi dal fondo del mio bruciante, nauseato stomaco per le vostre lettere e il supporto che mi avete dato negli anni passati. Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! Non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente.

Pace, amore, empatia. Kurt Cobain.

Frances e Courtney, io sarò al vostro altare.

Ti prego Courtney continua ad andare avanti, per Frances.

Perché la sua vita sarà molto più felice senza di me.

VI AMO. VI AMO.»

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